PARIGI (FRANCE24) – Crisi politica senza precedente nella storia della Quinta Repubblica francese: oggi pomeriggio l’Assemblea Nazionale ha sfiduciato il governo del Primo Ministro François Bayrou, con 364 voti contrari, 194 a favore e 15 astenuti. Domani mattina presenterà ufficialmente le sue dimissioni al Presidente Emmanuel Macron, diventando il terzo Primo Ministro a farlo in poco più di un anno (due dei quali censurati dal Parlamento). Il Presidente Macron ha detto che nominerà il suo successore «nei prossimi giorni», dopo le consultazioni con tutti i partiti, escludendo, almeno per il momento nuove elezioni anticipate, dopo quelle dell’estate 2024. La caduta del governo, ovviamente, non migliorerà la grave instabilità della politica francese, che si sta preparando alle elezioni presidenziali della primavera del 2027.

L’esito del voto parlamentare era dato quasi per scontato: i principali partiti di opposizione avevano già dichiarato la loro sfiducia, come il Rassemblemente National di Marine Le Pen e Jordan Bardella e i partiti di sinistra e centrosinistra che alle ultime politiche si era riuniti nel Nuovo Fronte Popolare, tra cui il Partito Socialista, La France Insoumise di Melenchon, gli Ecologisti e il Partito Comunista. Il governo Bayrou era l’ennesimo esecutivo di minoranza dal 2022 che si reggeva sulla “non sfiducia” dei gollisti di Le Repubblicains (LR) e della stessa Le Pen, quando, in realtà le sinistre nel 2024 avevano ritirato i propri candidati nei collegi con lo schieramento presidenziale centrista di Ensemble in vantaggio, per una desistenza contro l’estrema destra. Macron li ha ricompensati escludendoli dal governo e ora le opposizioni hanno presentato a Bayrou, e soprattutto al Presidente francese, il conto dell’ennesima forzatura per politiche e governi sconfessati dagli elettori. Nonostante la natura fortemente maggioritaria del sistema elettorale francese, gli elettori francesi nel 2024 hanno premiato sonoramente le opposizioni di destra e sinistra (con il Nuovo Fronte Popolare addirittura primo in termini di seggi) e punito Macron e le forze centriste e moderate.

Il voto di fiducia era stato convocato proprio da Bayrou ed era stato presentato come l’ultima occasione per sostenere la sua legge di bilancio per il 2026, che non piace praticamente a nessuno perché contiene grossi tagli alla spesa pubblica (più di 44 miliardi). È stata fin da subito una scommessa con cui Bayrou aveva deciso di esporsi a un grosso rischio politico: nel discorso tenuto poco prima del voto davanti all’Assemblea Nazionale aveva rivendicato la decisione dicendo che il rischio più grave non era sottoporsi al voto, ma «far continuare le cose senza che nulla cambi». Respingendo, però, allo stesso tempo la proposta delle sinistre di una tassa di solidarietà del 2% per i patrimoni oltre i 100 milioni di euro (meno di duemila famiglie in Francia). Una richiesta, possiamo dire, anche moderata e di responsabilità: se si chiedono sacrifici a tutti, devono iniziare i più ricchi e chi campa di rendita. La proposta non ha praticamente avuto risposta e le sinistre hanno affossato il suo governo. Il Primo ministro sfiduciato ha lasciato l’Assemblea Nazionale senza fare alcun commento, come aveva fatto il suo predecessore Michel Barnier a dicembre del 2024.

Barnier era stato sfiduciato dopo soli tre mesi in carica mentre cercava di far approvare una legge di bilancio molto impopolare e Bayrou era entrato in carica subito dopo. Come Barnier e come abbiamo già accennato, guidava un governo di minoranza sostenuto dal blocco di centrodestra composto da MoDem (il suo partito), Renaissance (quello di Macron), i Repubblicani (di cui è membro Barnier) e varie altre forze politiche minori, che complessivamente avevano 210 parlamentari su 574. Lo scorso febbraio era riuscito faticosamente a far approvare in ritardo la legge di bilancio del 2025, modificando parzialmente il progetto di Barnier. Fra i deputati che sostenevano il governo hanno votato contro solo 13 parlamentari dei Repubblicani, che aveva dato ai suoi deputati libertà di voto, spaccandosi.

Il compito di Macron di trovare un ennesimo Primo Ministro ora sarà ancora più complicato: non gli è riuscita la forzatura costituzionale di continuare a governare contro la maggioranza degli elettori e del Parlamento. Nell’ultimo anno Macron era riuscito a nominare due Primi Ministri che provenivano dal suo schieramento e a contrattare con alcune parti dell’opposizione il voto su ogni singola legge, tra cui il bilancio per il 2025. Ora, tuttavia, gli schieramenti e le tensioni si sono polarizzate, specialmente nel Nuovo Fronte Popolare, dove non mancano le tensioni tra Melenchon e i socialisti, e che rivendica, secondo prassi costituzionale, di indicare il prossimo Primo ministro, avendo conseguito una maggioranza relativa. La France Insoumise spinge molto per nuove elezioni anticipate che, per tutti i recenti sondaggi, significherebbero un duello tra Fronte Popolare e Rassemblement National con lo schieramento centrista e neogollista destinato alla quasi scomparsa sia in termini di voti che di seggi.

Anche l’estrema destra del RN reclama le elezioni, nonostante la leader Marine Le Pen non sia candidabile a causa di una condanna ricevuta nello scorso marzo per un caso di appropriazione indebita al Parlamento Europeo. Le Pen ha fatto ricorso ma non si è sicuri della tempististica giudiziare e sarebbe quindi possibile che la gestione elettorale possa essere confusa, con un tentativo di candidarla a prescindere dai giudici o mettendo Bardella al suo posto.

I partiti di opposizione hanno anche cercato di presentare il voto di fiducia sul governo Bayrou come una sorta di referendum contro Macron, che descrivono come il «principale responsabile» dei problemi della Francia. Alcuni, fra cui principalmente La France Insoumise, hanno chiesto anche le sue dimissioni, che lui ha però escluso categoricamente (Macron ha già fatto due mandati, e quindi non si può ricandidare nel 2027). I macroniani e i neogollisti hanno indicato nel partito di Melenchon «il pericolo più grande per la democrazia in Francia», dimenticandosi di avere chiesto anche i suoi voti poco più di un anno fa per sconfiggere i candidati lepenisti nei singoli collegi.

Il 10 settembre in tutta la Francia sono stati organizzati scioperi e proteste contro il governo (anche se è caduto), il presidente Macron e una legge di bilancio che includa grossi tagli alla spesa pubblica senza una redistribuzione sociale dei profitti e degli oneri del grande debito pubblico francese.