ROMA (NEV) – I numeri parlano prima delle teologie. I dati del SIPRI – l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma – fotografano un’Europa che accelera il riarmo con un incremento complessivo del 14% nel 2025. La Spagna aumenta del 50%, la Norvegia del 49%, la Danimarca del 46%. La Germania sale del 24%, raggiunge 114 miliardi di euro e conquista il quarto posto mondiale per spesa militare, dietro Stati Uniti, Cina e Russia. Davanti a cifre così, le Chiese cristiane non possono restare in silenzio. Ma cosa dire – e da quale posizione – divide profondamente.

Dopo diciannove anni, la Chiesa Evangelica in Germania (EKD) nel 2025 ha pubblicato un nuovo memorandum sulla pace, frutto di tre anni di lavoro. Il testo afferma che la difesa militare deve restare possibile come ultima risorsa, quando tutti gli altri strumenti falliscono e la protezione delle persone lo richiede. Una posizione che cerca il punto di equilibrio – e che per questo scontenta chi sta da una parte e chi sta dall’altra. L’ex presidente del Consiglio dell’EKD Margot Käßmann si dichiara “delusa£: mantiene la propria posizione pacifista anche alla luce dell’aggressione russa in Ucraina. Il vescovo regionale Friedrich Kramer, responsabile per la pace dell’EKD, denuncia che il memorandum relega il pacifismo prevalentemente alla sfera privata, svuotandolo di rilevanza pubblica. Il suo predecessore Renke Brahms conferma: «Le visioni di pace non sono utopie. Allargano gli orizzonti della situazione attuale, ci invitano a cambiare rotta e a protestare contro lo stato delle cose così com’è».

Al Congresso sulla pace del Woltersburger Mühle la professoressa e teologa protestante Klara Bütting risponde senza esitazioni alla domanda se la politica di pace e sicurezza debba adeguarsi alla realtà: No. Il racconto del diluvio nella Bibbia dimostra che la malvagità non ha il potere di distruggere l’amore di Dio. «Per questo la Bibbia non può servire a giustificare la partecipazione alla violenza», afferma Bütting. «Dio entra nei conflitti di questo mondo per trovare soluzioni. Ciò include il coinvolgimento dei potenti nella giustizia e di persone che accompagnino criticamente i potenti. Proprio anche quando i cambiamenti sembrano impossibili e tutto sembra senza alternative». Un richiamo che acquista peso se lo si legge accanto a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico.

Negli Stati Uniti, le convinzioni evangeliche militanti di Pete Hegseth trasformano la fede in strumento bellico: un attacco contro l’Iran presentato come volontà divina, un invito al popolo americano a pregare per la vittoria in nome di Gesù Cristo. Papa Leone XIV ha preso le distanze. La Chiesa Evangelica Luterana in America (ELCA) ha incoraggiato l’opinione pubblica a chiedere ai propri leader di giustificare i conflitti. Ryan Cumming, direttore per l’etica teologica dell’ELCA, riporta la discussione al cuore della questione: «La teoria della guerra giusta è innanzitutto una teoria volta a promuovere la pace, non la violenza. La guerra giusta ci ricorda che non tutte le minacce possono essere eliminate, e che la convinzione di poter eliminare tutte le minacce è spesso proprio ciò che ci conduce a guerre ingiuste».

Il dibattito non resta confinato alla teoria. Su richiesta del Ministero federale della difesa tedesco, l’EKD e la Conferenza episcopale hanno valutato se la cura d’anima militare possa sostenere adeguatamente soldati e civili in caso di difesa nazionale. Il documento interno affronta anche il ruolo delle infrastrutture ecclesiastiche – sale parrocchiali, ospedali, Caritas e Diakonie. Il vescovo militare protestante Bernhard Felmberg ritiene responsabile e giusto prepararsi pastoralmente a un’eventualità di crisi. Martin Pilgram del movimento ecumenico Pax Christi, accusa le chiese di lasciarsi strumentalizzare per rendere le persone “pronte alla guerra”. Il vescovo regionale evangelico Christian Kopp respinge l’accusa ma traccia un confine netto: «Non siamo servi di questa logica di guerra. La nostra missione è la pace».

Il dibattito non è solo tra teologi. Un recente documentario della televisione pubblica tedesca ha dato voce ai giovani direttamente coinvolti. Un giovane che partecipa allo sciopero scolastico contro il servizio militare obbligatorio chiede alle chiese un appello alla non violenza: “Chi, se non le chiese, dovrebbe schierarsi a favore di questo?” La domanda arriva dal basso e colpisce al centro. Un soldato di 32 anni vede invece i militari come «i più grandi pacifisti», perché vogliono solo difendere e proteggere, e sarebbero i primi a soffrire in caso di guerra.

Il pastore Andreas Domke di Zehdenick prende posizione: il pacifismo non è un’illusione. Nella ricerca di come costruire insieme la sicurezza, occorre fare i conti con la storia delle guerre mondiali e dell’Olocausto. Da quella storia i cristiani devono continuare a trarre insegnamento.

Le Chiese cristiane si trovano di fronte a domande che non ammettono risposte facili. Il comandamento dell’amore per il prossimo chiede di proteggere i più deboli: questo può avvenire anche con mezzi militari? Quali alternative efficaci esistono? I pacifisti radicali che esigono la non violenza assoluta sono anch’essi corresponsabili di ciò che non riescono a impedire?

Le chiese cristiane non troveranno una risposta univoca. Ma il comandamento dell’amore per il prossimo – proteggere i più deboli, cercare giustizia, rifiutare la strumentalizzazione della fede – resta il terreno comune su cui continuare a confrontarsi. Con la consapevolezza, che il silenzio non è mai una posizione neutrale.

Georgia Betz

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